Quando il cibo diventa un rifugio
Comprendere l'obesità con rispetto e consapevolezza.
di Maria Cristina Bordignon - presidente Afi Treviso
Durante il mio percorso di formazione in psicologia ho avuto l'opportunità di svolgere un tirocinio in un servizio che si occupa di disturbi del comportamento alimentare. È stata un'esperienza che mi ha insegnato molto più di quanto potessi immaginare, soprattutto perché mi ha permesso di ascoltare storie di vita molto diverse tra loro.
Una cosa che ho imparato presto è che, quando si parla di peso e di alimentazione, il rapporto con il cibo raramente riguarda solo il cibo.
Dietro il rapporto con il cibo ci sono spesso emozioni, relazioni, momenti di fragilità, bisogni non sempre espressi. Nella vita quotidiana può capitare a chiunque - un figlio, una madre, un padre - di trovare nel cibo un piccolo spazio di consolazione. Non perché manchi la volontà di andare a fondo alle situazioni, ma perché in alcuni momenti della vita il cibo sembra offrire qualcosa di immediato: calma, conforto, una pausa dalle preoccupazioni.
La psicologia negli ultimi anni ha studiato molto questo fenomeno, che viene chiamato alimentazione emotiva. Alcune ricerche, mostrano come molte persone possano usare il cibo per regolare emozioni difficili come stress, tristezza o solitudine.
Gli studi hanno evidenziato che mangiare può ridurre temporaneamente la tensione emotiva. È un meccanismo umano e comprensibile: il cibo attiva nel cervello sistemi legati al piacere e alla sicurezza. Spesso molti comportamenti che giudichiamo problematici sono in realtà tentativi di adattamento: modi con cui una persona prova, in qualche modo, a prendersi cura di un disagio interiore.
Guardare il problema da questa prospettiva cambia molto il nostro modo di pensare. Non si tratta più di giudicare qualcuno che "non riesce a controllarsi", ma di comprendere che cosa quella persona stia cercando di affrontare attraverso il cibo.
In molte famiglie il peso diventa motivo di preoccupazione; può riguardare un figlio, ma anche un genitore. In questi casi è comprensibile voler intervenire subito: cambiare dieta, controllare quello che si mangia, incoraggiare più attività fisica.
Commenti sul corpo, pressioni o giudizi - anche quando nascono da buone intenzioni - possono aumentare la vergogna e rendere il rapporto con il cibo ancora più complicato. Anche le abitudini familiari possono fare la differenza. Mangiare insieme con calma, condividere momenti all'aria aperta, ritagliarsi tempo per parlare senza fretta sono piccoli gesti che aiutano a costruire un rapporto più sereno con il corpo e con il cibo.
Parlare di obesità richiede quindi molta attenzione e rispetto perché abbiamo capito che dietro il peso corporeo non ci sono solo calorie o stili di vita, ma storie personali, emozioni, relazioni e spesso anche sofferenze silenziose. Ridurre tutto a una questione di "mangiare troppo" significa ignorare la complessità dell'essere umano. Se il peso è diventato fonte di sofferenza, esistono strade concrete per stare meglio. Non si tratta di punirsi o seguire diete drastiche, ma di costruire un rapporto più gentile con se stessi
Durante l'adolescenza il rapporto con il corpo diventa ancora più sensibile. In alcuni casi il disagio legato al peso può trasformarsi in altre difficoltà alimentari, come la Bulimia nervosa o l'Anoressia nervosa; spesso gli specialisti le descrivono come due facce della stessa medaglia.
Quando c'è un disturbo alimentare può essere utile farsi accompagnare da professionisti - psicologi, nutrizionisti o medici - per una presa in carico globale della persona.
Se c'è una cosa che questa esperienza mi ha insegnato è che prendersi cura del proprio corpo non significa combatterlo, ma imparare ad ascoltarlo con maggiore attenzione e, forse il messaggio fondamentale, quello che ogni famiglia dovrebbe poter trasparire, è che il valore di una persona non dipende dal numero sulla bilancia, qualunque esso sia.



